Cooperazione allo sviluppo: Principi di progettazione
Il software è il codice per lo sviluppo.
Il software è elemento fondamentale dei processi organizzativi, economici e socioculturali, in altre parole il software è inglobato in ogni attività.
Il Software Libero e Open Source (FOSS) e le opere culturali libere1 hanno come fondamento giuridico, etico e culturale la collaborazione tra utenti e sviluppatpri: per questo sono strumenti estremamente efficaci per implementare, pragmaticamente, i progetti di cooperazione allo sviluppo.
Poter eseguire, studiare, modificare e condividere il codice — che sia il sorgente di un programma o il contenuto di un manuale — abilita gli utilizzatori e tutti gli operatori pubblici e privati ad una cooperazione senza restrizioni, sostenibile nel tempo, inclusiva ma soprattutto innovativa, perché filosoficamente orientata ai bisogni delle comunità che implementano i processi per la produzione di beni e servizi, dei quali il codice è parte essenziale.
La libertà di redistribuire il codice — originale o adattato ai bisogni locali — implica la possibilità di un maggiore sviluppo commerciale, sia nelle comunità partner della cooperazione allo sviluppo che in altre realtà globali con bisogni analoghi, che possono (ri)costruire beni e servizi sulla base di quanto condiviso.
Software Libero per la cooperazione allo sviluppo.
Nella cooperazione allo sviluppo la cooperazione digitale ha assunto un ruolo centrale: nella pubblica amministrazione, produzione industriale, assistenza sanitaria o agricoltura, lo sviluppo e il mantenimento dei processi non è più pensabile senza software.
Un approccio cooperativo, anziché competitivo, tra operatori è particolarmente auspicabile perché massimizza l'efficacia degli investimenti di ogni singolo progetto di cooperazione allo sviluppo, premiando l'innovazione, la creatività e la condivisione a discapito dello sfruttamento di posizioni di rendita.
I recenti sviluppi nelle politiche di cooperazione internazionale allo sviluppo hanno segnato un cambio di paradigma, individuando nel coinvolgimento degli operatori privati profit un elemento importante per determinare il successo dei progetti; in quest'ottica, riteniamo importante un analogo cambio di paradigma "digitale": mettiamo il metodo al centro, adottando strumenti giuridici e tecnologici che pragmaticamente privilegino la cooperazione rispetto alla competizione e soprattutto non ripetiamo gli errori commessi nei paesi sviluppati, evitando inique restrizioni al (ri)utilizzo ed ulteriore sviluppo degli asset generati nei progetti, siano essi prodotti o servizi.
Il più prezioso valore aggiunto dei progetti di cooperazione allo sviluppo sono gli asset generati dalle attività di ricerca e sviluppo che cercano soluzioni innovative a problemi complessi che ancora non trovano risposta soddisfacente nelle soluzioni di mercato: gli asset di tali attività sono opere dell'ingegno quali software, disegni, documentazione di progetto, manuali utente e istruzioni operative.
Il software propretario e il copyright rappresentano una insostenibile restrizione: tutti i diritti di (ri)utilizzare, modificare e sviluppare ulteriormente il software e gli altri asset della ricerca e sviluppo sono riservati ai detentori dei diritti, escludendo tutti gli altri portatori di interesse, quali ad esempio gli utilizzatori e gli sviluppatori software di terze parti.
Ribaltando la prospettiva, le opere culturali libere1 — di cui il Software Libero fa parte — sono il codice sorgente che permette di eseguire i processi di cooperazione allo sviluppo: consentono di usare, studiare, modificare e migliorare gli asset in modo condiviso, garantendo piena libertà di azione (computing agency) sia agli utilizzatori che agli altri operatori pubblici e privati.
Le opere culturali libere sono condivise in modo tale da garantire a tutti gli operatori la libertà di commercializzare i prodotti e i servizi senza la necessità ottenere licenze dal titolare dei diritti, consentendo loro di massimizzare il profitto. Le licenze delle opere culturali libere sono lo strumento giuridico più efficace per garantire che i risultati siano non esclusivi e non si generino posizioni dominanti rispetto agli altri operatori, al tempo stesso garantendo indipendenza tencologica a medio-lungo termine ai paesi partner.
Per questo, riteniamo che il Software Libero e le opere culturali libere debbano essere il fondamento tecnologico e organizzativo della cooperazione allo sviluppo, perché i risultati degli investimenti in quei progetti possano essere riutilizzati in tutto il mondo senza costi aggiuntivi per le licenze e altre restrizioni, siano esse legali o tecniche, favorendo contemporaneamente il trasferimento di conoscenza e tecnologia, la diffusione delle competenze e l'espressione della creatività in modo decentralizzato, inclusivo e sostenibile per i paesi partner della cooperazione.
Per approfondimenti potete consultare il documento Il Software Libero nella cooperazione internazionale allo sviluppo pubblicato dalla Free Software Foundation Europe.
Local-first e asincrono: le comunità locali, distribuite.
Sempre più software proprietario oggi è distribuito come Software as a Service (SaaS)2 che rende necessaria una connessione Internet di buona qualità. Inoltre, i dati e i documenti gestiti da quei servizi sono archiviati sui server dei fornitori e non sono immediatamente disponibili sui dispositivi degli utenti. Per semplicità chiamiamo questo approccio cloud-first.
I progetti di cooperazione per la trasformazione digitale devono fare i conti con problemi di accesso a Internet che spesso non è stabile e con una banda adeguata in aree lontane dai grossi centri urbani nei paesi parner della cooperazione; inlltre anche l'accesso all'energia elettrica non è stabile in quei contesti: per questo riteniamo che l'approccio "local-first", opposto all'approccio "cloud-first", sia molto più adatto in questo contesto.
I servizi basati sull'approccio local-first sono progettati per consentire agli utenti di poter sempre utilizzare il software installato sui propri dispositivi (locale) e allo stesso tempo mantenere la ownership dei propri dati e documenti perché sono sempre a loro disposizione attraverso un meccanismo di sincronizzazione, attivato quando la connessione è disponibile3. Il software installato sui propri dispositivi consente loro di elaborare dati e documenti in qualsiasi momento, anche quando la connessione non è disponibile, (ri)sincronizzando i risultati quando possibile.
Inoltre, utlizzare strumenti metodi di lavoro asincroni rispetto a quelli sincroni è più flessible perché consente un approccio distribuito; anche se inizialmente questo metodo di lavoro appare meno efficiente di quello sincrono e coordinato centralmente, nel medio-lungo periodo è molto più efficace perché permette un approccio agile ai processi facilita consolidare nel tempo i risultati del lavoro distribuito, garantendo la tracciabilità dei processi e massimizzando il valore di ciascuna attività svolta localmente.
Local-first, da paradigma di progettazione del software, diventa il nostro principio cardine per tutti i progetti di cooperazione: le local che vengono first sono le comunità, che grazie ai principi incorporati nelle opere culturali libere e nel Software libero possono adattare il codice dei loro lavori4 alle loro esigenze, mantenendolo aggiornato nel tempo, resiliente, sostenibile… e inclusivo, perché non c'è alcun tipo di restrizione.
L'aggiornamento è un dovere, l'autonomia un diritto
L'aggiornamento di sistema5 non è solo una necessità di sicurezza o di miglioramento delle funzioni ma è anche un dovere6. Inoltre, siccome tutti i sistemi, compresi quelli informatici, sono inseriti in un contesto tecnico, sociale e organizzativo in continua evoluzione occorre che le organizzazioni si dotino di metodi e strumenti per mantenersi al passo con l'evoluzione del contesto ambientale, specialmente nei paesi partner della cooperazione allo sviluppo.
Sempre più spesso strumenti tecnici basati sul software vengono utilizzati per impedire agli utilizzatori di essere liberi di aggiornare e riparare i propri dispositivi7 autonomamente o affidandosi a professionisti di loro fiducia che abbiano le competenze necessarie: questa pratica è conosciuta come parts pairing8.
Senza il right to repair (diritto di riparazione) le aziende e le organizzazioni perdono tempo e denaro: i ricercatori della Public Interest Research Groups statunitense — una associazione di consumatori — stimano che le restrizioni costino 40 miliardi di dollari all'anno (nei soli USA)9 e contemporaneamente il sistema delle autorizzazioni impedisca il fiorire di attività commerciali da parte di riparatori indipendenti, mettendoli fuori mercato.
L'impatto negativo di questo tipo di lock-in è talmente pesante che diversi governi e istutuzioni stanno cercando di porvi rimedio introducendo specifiche leggi, come ad esempio la Direttiva EU 2024/1799 del 13 Giugno 2024 sulle regole comuni per la promozione della riparazione dei beni di consumo10 o le leggi di alcuni singoli stati USA11.
Tutto questo è semplicemente inaccettabile nel contesto della cooperazione allo sviluppo e per evitare di ripetere errori già fatti altrove, riteniamo che occorra essere più coraggiosi e lungimiranti, adottando un approccio più radicale per impedire questo tipo di lock-in: rifiutare i DRM (Digital Restriction Management)8 e riconoscere che l'irreparabilità è solo un sintomo e che la causa di questo problema è la mancanza di libertà del software.12
Grazie alla mancanza di vincoli introdotti via software alla riparazione, le comunità locali possono sviluppare una propria rete commerciale di supporto e riparazione in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni di continuo aggiornamento e adattamento dei propri dispositivi7 all'evoluzione del contesto ambientale… locale.
Note a piè di pagina:
la connessione può avvenire anche attraverso una rete locale (LAN) di una azienda, scuola o di una piccola comunità.
software, documenti, descrizioni dei processi, ecc.
cioè di tutto il software installato su un computer, a partire dal sistema operativo.
a volte anche un requisito imposto da norme, leggi o regolamenti
in senso ampio i dispositivi a cui ci riferiamo sono: automobili, macchine industriali, apparecchiature di diagnosi medica, trattori… che in genere incorporano computer;
«impedire che i componenti siano sistituiti senza una password fortnita a tecnici selezionati. Questa e altre nuove pratiche di bloccare i dispositivi, inclusi i DRM (digital rights management), sono divenute sempre più popolari tra i produttori.» (rif. https://en.wikipedia.org/wiki/Right_to_repair#Software).
si veda https://apnews.com/article/technology-business-9f84a8b72bb6dd408cb642414cd28f5d (in inglese)
si veda: The right to repair supports more than just sustainability and affordability (in inglese).